Ho sognato di potermi liberare. Coprivo con un segno scuro tutti i tempi presenti di quei fogli in cui dicevo di star male, appuntavo lungo i margini alcuni imperfetti e davanti a quella nuova cornice di suoni cominciavo a pensare con cautela di aver davvero chiuso tutto con una desinenza sola. Il presente, causa del disordine del mio quaderno rosso, motivo degli errori che ci abitavano dentro, sotto gli abissi dell’inchiostro soffocante non poteva più riaffacciarsi in superficie, ma continuava da là sotto ad essere monito per le pagine future. L’unico luogo in cui lui si ricominciava a sentire era la mia mente, fino a quell’attimo adagiata scomoda sul passato o visibilmente impegnata a disegnare un improbabile futuro. Quel presente, come un bastoncino leggero in verticale tra palpebra e palpebra, mi faceva sbarrare gli occhi su ciò che intorno a me si stava mostrando e mi donava l’attenzione vera sulle cose, la più efficace garanzia del non sentirsi inutili. Ma la notte mi suggerisce soluzioni che il giorno poi non sa ritrovare, e l’evidenza spesso sfugge a chi come me non sa più dormire. Finché si avrà da scrivere si avrà anche da combattere: solo nelle catene c’è ancora qualcosa che ci possiamo dire.

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