Nel milione di scontrini che dimentico di buttare stan nascoste le esperienze di questi ultimi mesi.
Scontrini come diapositive, portavoci di ricordi, scontrini come fotografie venute mosse in cui è necessario soffermarsi più del previsto per riabbracciare una memoria almeno accennata. Le sequenze di cifre al posto dei volti, i nomi di luoghi al posto di date a matita, l’inchiostro nero e spesso a sancire la validità di una prova: un fatto certo, realmente vissuto tra gli scomparti di un portafoglio, dimenticato e lasciato marcire e poi ritrovato una volta per sbaglio, accartocciato nel palmo di una mano e buttato in un cestino da distante con una mira scarsa, per aumentare l’infinita pila di foglietti bianchi e ruvidi destinatari di un addio.
Ci sono i miei giorni dentro quelle somme e quei totali, in quegli ineccepibili conti ci sono le mie ore trascorse e irrimediabilmente perdute e il mio broncio e la mia fame, la mia noia e la mia sete, la serata della vita, l’episodio che passerà alla storia. È tutto scritto tra le righe ed anche in controluce non si vede, ma lì è presente la volta in cui il tempo sembrava proprio non passare e là invece è disegnata l’immagine del mio senso di colpa in quella fredda e remota nottata del novembre trascorso: la mia esistenza è immortalata sullo sfondo di una severa e lineare matematica, l’incertezza più assoluta è riportata alla luce dalla fitta trama dei più sicuri calcoli. Tutto ciò mi fa sorridere.
Archiviare scontrini, poi perderli, ritrovarli e leggerli, tenerli ancora fino alla prossima smania d’ordine oppure buttarli e destinarli all’immediato oblio degli oggetti logori è il continuo processo di chi acquista e di chi semplicemente ha a che fare con un passato da tenere in piedi: sistemare quel che è stato in qualche luogo nascosto per non averlo sempre davanti agli occhi ma sapere che c’è, riaverlo di fronte all’improvviso e decidere se sia ancora possibile tenere occupato quello spazio al proprio interno oppure no è quello che accade anche quando il portafoglio in cui depositare cianfrusaglie ha la forma di una mente.
Forse saturi di ricordi come una tasca satura di ritagli di carta, strabordanti di vita vissuta come un cestino strabordante di microscopiche pagine scritte, ma mai capienti abbastanza per contenere il quadro intero, per vedere ogni singolo tocco di colore con cui è dipinta un’immensa e complessa rappresentazione.

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