Una barca sul lago si muove lentamente come il vento che accompagna questo tempo di un pomeriggio calmo, la quiete fuori fa eco al rombo dentro, la superficie delle cose è leggera e non nasconde niente. Onda dopo onda, lentamente, un po’ d’acqua e poi dell’altra, la risacca e un miscuglio che ritorna sulla spiaggia dalla sabbia sottile: tutto affonda e ritorna a galla per mischiarsi e sparire nel ricordo di chi ha visto e non si è distratto troppo. Abbandonare lo sguardo allo scintillio dell’acqua, con una brezza che fa vibrare l’immagine e manda via la nettezza delle linee che ora si frappongono e si dileguano senza possibilità di un ultimo recupero: la terra adesso appartiene solo a chi sa immaginare.
Il sole scalda il tuo viso impensierito e stanco e non dà modo nemmeno alla tua fronte di nascondersi in spazi d’ombra ritagliati a stento in questa tela dai colori accesi di un fine estate caldo, sei allo scoperto qui davanti a me e con gli occhi piccoli di chi ha la luce addosso; ti stringerò nella mia mente per analizzarti i tratti così nudi e così tesi, perché la trasparenza di un agosto terso non si conserva mai.
Accosto l’orecchio al ritmo pacato di questa giornata, all’andamento irregolare e lento del non aver nulla da fare, se non guardarti mentre cerchi di inserire la tua luce in quest’incendio di stagione, scoperchiare il tuo calore nel ribollire di queste ultime ore di una vacanza assonnata.

E sono in vena di scappare, ma per incamminarmi chissà dove, se poi il luogo da cui fuggo lo ritrovo sempre addosso. È come fare un milione di passi lungo una strada che si chiude a cerchio, in cui l’arrivo è sempre e comunque il punto esatto di partenza, come ritornare sempre dove non voglio stare, andar via continuamente e continuamente ritornare.
Sono alll’ergastolo viaggiando, la condanna è il mio pensiero, la guardia è quel cielo che osserva e controlla che pian piano io sconti la mia pena ed assuma la mia dose di incertezza quotidiana: la centellina per bene, in modo tale che quasi nessun istante resti scoperto da quel siero fastidioso.
Ma l’illusione dell’ora d’aria, la leggerezza del momento di gioco, mi dicono che forse è solo una questione di tempo, di giorni e ore a rincorrere un vuoto e aspettare che qualcosa forzi le sbarre e strappi le catene attaccate alla mia caviglia esausta.
E sono in vena di scappare, ed anche qua mi chiudo a cerchio, e finisco con un punto anche se spero in una virgola.

Faccio fatica a farmi strada in mezzo ai miei grovigli di pensieri e a volte inciampo su qualche filo delicato, fastidioso, che mi spoglia di ogni protezione. Vorrei mettere tutto da un lato e lasciare spazio, far prendere aria a una testa che rischia di soffocarsi. Tutto qui dentro si accavalla, si attorciglia, si ferisce. Tutto qui dentro dà vita a un ballo infinito su una musica che non sempre riesco a sentire. Le mie voglie sbattono l’una sull’altra fino a fondersi, a completarsi, e i miei vuoti si toccano e si uniscono creando spazi immensi di assenza. Le mie idee si accarezzano e poi si rifiutano, continuano a girare tutto intorno finché non apro loro una porta, e i miei sbagli continuano ad alzarsi in piedi e a farsi vedere nella loro integrità, mentre io cerco invano di stringerli fino a renderli piccoli e innocui. Fuori non si sente tutto questo frastuono, non si percepisce il casino che rimane intrappolato dentro di me e i mostri che visti da dentro sembrano orribili diventano incantevoli.

Crudelissima sveglia che mi ha fatto essere qui, ti ascolto ogni mattina nel ciclo senza fine di risvegli, voce padrona dell’eterno rinascere, del continuo rincorrere controvoglia la vita che è già pronta.
Questa mattina come mille altre, le gambe sotto al tavolo e la testa in altri luoghi, fisso le briciole sul tovagliolo e penso che se ti spezzi una traccia la lasci. Provo a inzuppare i residui del cattivo sonno nel caffellatte tiepido, magari si sciolgono e posso prenderli col cucchiaino trattenendoli in bilico; cerco risposte nella mia immagine assonnata riflessa nella tazza, lago di un Narciso al contrario, che non fa più sul serio e sa che deve cadere. Ci siamo detti che è importante arrivare in orario e allora ancora un minuto e poi mi alzo, d’altronde ho ancora tutto il giorno per far dei giri a vuoto e per confondermi le idee (ma poi a che pensano gli altri quando fanno colazione?). Maledetto sentimento che mi ha fatto fare tardi ieri sera, con la tua brama di far luce sulle questioni irrisolvibili e maledetta voglia di essere speciale che mi fa stare scomoda in qualsiasi posizione.
So solo annegare nella mia mente liquida e quindi mi aggrappo ad ogni cosa del mondo perché possa distrarmi, rapire i miei sensi e non lasciarmi da sola: non mi chiedo se ci sia sole oppure pioggia al di là delle tende stamattina, ma se ci sia ancora una luce che si possa sfruttare tra le quattro pareti che fanno il mio io.

Non so essere felice, ma so che già lo sai; maldestra vado a coprirmi il male che tu vedi lo stesso, io lastra con al centro l’osso rotto.
Il mio problema è che per me non ci sono più parole, a parte qualcuna delle solite che resta e si lascia ancora pazientemente toccare; forse basterebbe un po’ dormire, aspettare, vedere. Niente parole niente cura, niente nome a un ricordo, nessuna foce a un turbamento, solo un perpetuo camminare quando intorno è ancora notte, prima di un’alba che ci fa essere noi.
Il mio problema è che il mio pensiero sta per essere la mia rovina, quella che un tempo è stata la mia candela accesa a illuminarmi casa sarà d’un tratto condanna al cielo più nero e alla finestra più scura, a un carnevale a cui non sono mai invitata, una leggerezza mai sedotta e conosciuta. Il mio pensiero che è stato salvezza sarà macigno, prima vita e poi morte, da inaspettata soluzione ad atroce delitto, da riscatto insperato a sfiducia nel tutto.                          
E tu non hai colpa e ti sforzi a capire, e io non ho sonno e non vorrei pensare: sconosciuta a me stessa mi getto nell’ombra, anche oggi il destino è fatto così.

Invidio molto, si sa, chi è esperto nel raccogliere ciò che sgorga anche dagli attimi più effimeri e riesce ad assorbire ogni goccia caduta con tutti i pori di cui è dotato il suo corpo: sembra un’arancia ricca di succo e sgarciante nel suo colore vivo.
Chi invece come noi ha una buccia puntellata e rugosa, a vederla da fuori spessa oltremisura, è un agrume che non matura al sole ma che si nutre solo del suo succo e guarda solo dentro al buco che fa spazio tra i suoi spicchi precisi e di numero pari. Aspettiamo con ansia che prima o dopo anche il nostro involucro si assottigli e talvolta pensiamo davvero che questo possa accadere, perché guardare per un attimo al di fuori di noi stessi è il nostro desiderio più grande e distrarci finalmente dal nostro odore ci aiuterebbe persino a cambiare.

Nel milione di scontrini che dimentico di buttare stan nascoste le esperienze di questi ultimi mesi.
Scontrini come diapositive, portavoci di ricordi, scontrini come fotografie venute mosse in cui è necessario soffermarsi più del previsto per riabbracciare una memoria almeno accennata. Le sequenze di cifre al posto dei volti, i nomi di luoghi al posto di date a matita, l’inchiostro nero e spesso a sancire la validità di una prova: un fatto certo, realmente vissuto tra gli scomparti di un portafoglio, dimenticato e lasciato marcire e poi ritrovato una volta per sbaglio, accartocciato nel palmo di una mano e buttato in un cestino da distante con una mira scarsa, per aumentare l’infinita pila di foglietti bianchi e ruvidi destinatari di un addio.
Ci sono i miei giorni dentro quelle somme e quei totali, in quegli ineccepibili conti ci sono le mie ore trascorse e irrimediabilmente perdute e il mio broncio e la mia fame, la mia noia e la mia sete, la serata della vita, l’episodio che passerà alla storia. È tutto scritto tra le righe ed anche in controluce non si vede, ma lì è presente la volta in cui il tempo sembrava proprio non passare e là invece è disegnata l’immagine del mio senso di colpa in quella fredda e remota nottata del novembre trascorso: la mia esistenza è immortalata sullo sfondo di una severa e lineare matematica, l’incertezza più assoluta è riportata alla luce dalla fitta trama dei più sicuri calcoli. Tutto ciò mi fa sorridere.
Archiviare scontrini, poi perderli, ritrovarli e leggerli, tenerli ancora fino alla prossima smania d’ordine oppure buttarli e destinarli all’immediato oblio degli oggetti logori è il continuo processo di chi acquista e di chi semplicemente ha a che fare con un passato da tenere in piedi: sistemare quel che è stato in qualche luogo nascosto per non averlo sempre davanti agli occhi ma sapere che c’è, riaverlo di fronte all’improvviso e decidere se sia ancora possibile tenere occupato quello spazio al proprio interno oppure no è quello che accade anche quando il portafoglio in cui depositare cianfrusaglie ha la forma di una mente.
Forse saturi di ricordi come una tasca satura di ritagli di carta, strabordanti di vita vissuta come un cestino strabordante di microscopiche pagine scritte, ma mai capienti abbastanza per contenere il quadro intero, per vedere ogni singolo tocco di colore con cui è dipinta un’immensa e complessa rappresentazione.

Se solo le stelle potessero dirci come siamo buffi nel nostro quotidiano affannarci; increduli come la prima volta quando di sera troviamo loro ad accoglierci gli occhi, distratti mentre qualcosa sta avvenendo, impazienti quando tutto non avviene. Soli anche camminando tra mille uguali a noi, incerti e in costante movimento lungo il bordo delle esperienze per tastare realtà nuove, tristi perché è difficile esserci e restarci, sereni perché è facile abituarsi; immobili davanti a una casa tra le tante, a una strada tra le tante, a una vita tra le tante, in partenza da un punto, di ritorno da un altro, in giro per la terra perché il nuovo ci assomiglia e quando lo troviamo pensiamo di aver trovato noi.
Se solo potessero descrivere la nostra sofferenza, il colore che assume a infiniti chilometri di distanza, il buio dentro le stanze delle nottate insonni, il tempo da aspettare prima di una nuova alba, oppure riprenderci per poi mostrarci tutto e vedere la reazione scomposta davanti allo schermo della nostra verità.
Se potessero comunicarci che i nostri pensieri non fanno un’eco che si ascolta da lontano, che le coincidenze non si vedono al di sopra delle nubi, che siamo piccoli sempre, anche in equilbrio sulle punte. E poi che il mare e l’aria hanno da dirci qualcosa, che ogni risveglio è una sorpresa se fai finta di dimenticare, che il segreto per sentirsi vivi è essere solo il tempo che ti attraversa e lo spazio che ti circonda.
Se solo potessero fare finta di essere sempre qui per noi.

Le moltitudini di viandanti che prendono posto e poi di corsa si rialzano, le cose che arrivano e non si trattengono, oppure stanno e dopo poco mutano: nulla si tiene in queste mani piccole, nulla che non cambi dopo averlo un po’ guardato, e mutiamo anche noi e con i nostri nuovi vestiti siamo pronti a sistemarci nelle considerazioni altrui.
Cambia persino la prospettiva da cui si guardano le cose cambiare: ce n’è una che permette ancora di sperare e ce n’è un’altra invece che sembra svelare gli insoliti incantesimi di cui mai nessuno parla, e intanto il ticchettio dell’orologio accompagna spezzoni di vita alla porta; questi si muovono di scatto e non si riesce mai a capire quale direzione prendano.
Alla fine si perdono i conti di ciò che è passato, si perde la presa su ciò che c’è ora, qualcuno crede che nulla si allontani di molto dallo sguardo di chi vorrebbe guardare ancora, qualcuno non si chiede, qualcuno non si espone.
C’è qualcosa che ritorna o che rimane qui nascosto?

Così all’improvviso l’esigenza di un’aria nuova: si immaginò il freddo del mattino appena entrato in una stanza e una pelle disattenta che rabbrividisce sempre, il finestrino abbassato su un luogo immenso e sconosciuto, qualsiasi strada dopo una pioggia fitta, una modesta fila di aquiloni in fuga, e ancora le sue porte spalancate sul per caso e dalle finestre vivi lampi di inatteso. Cercò a tutti i costi di concentrarsi su qualcosa di diverso dal suo solito e di cambiarsi le abitudini senza cambiarsi i sogni.
Nel silenzio spuntò la bellissima possibilità che non tutto fosse come aveva già deciso, ed un altro modo di vedere stava rendendosi accessibile: tutta la speranza in un’idea concepita in una notte, un petalo di rosa caduto sul fondo di un pozzo, a dare cauta grazia. La novità aderiva alla vita e le dava una forma mai vista, sistemava la realtà nei suoi incastri e rendeva le cose sorprese, ricordava che tanto era ancora da scrivere e che a volte bastava cambiare.
L’inizio del mutamento è la parte da tenere, è percepire lo stupore di vedersi rinascere come il vero miracolo a cui si può assistere.