Ti coprirò il volto con le mani così non respirerai anche tu quest’aria intossicata dai miei pensieri, fasci di lame sottili che provengono da non si sa bene dove, che si uniscono in complesse combinazioni sempre uguali e restano poi a lungo qui seduti, ospiti di una mente in cui è facile trovare un posto al caldo. Fingerò di ridere, o per un attimo riderò davvero, e tu non potrai vedere quell’esercito in lotta poco dietro ai miei occhi. Poi però vorrò spiegarti e non riuscirò a farlo, ma tu capirai lo stesso e io non saprò mai come ce l’avrai fatta. A un certo punto l’unico intenso desiderio che si troverà dentro me sarà quello di buttar via quell’ultima parte di vita passata a pensare, a racimolare perdite di imprevedibilità e sostanza, e ti prometterò in qualche modo di combattere contro quei giganti che mi camminano dentro.
Da allora tutto il nostro mondo dipenderà da quello che terrò nella mia testa, grotta piccola e buia che con me manterrà sempre un segreto. Ma sarai forse tu a estirpare quei pensieri, a trarli fuori con decisione e rabbia uno per volta con la pazienza e la costanza di chi ama per davvero, perché bisognerà salvarmi. E vorrai essere tu la mia distrazione più grande.

Sai stupirmi ogni volta che non chiedi, che ti regali come fosse per scontato, come se fosse eternamente il tuo turno nel prendersi cura, se ti avessi messo poco prima il cielo in mano.
Non merito affatto la gratuità del tuo amarmi e l’innocenza del tuo darti, il tuo orecchio attento, il tuo fare distratto che tiene conto di tutto, il silenzioso passo con cui ti avvicini e te ne vai, ed è talmente un mistero il tuo modo di esserci che la mia incredulità non sa esaurirsi ancora, nonostante la costanza dei tuoi gesti, la ripetizione senza sosta di questa bellezza pura. Io ti riservo solo parole, tu mi riservi il tuo spazio più grande: mi ci allargo, mi rigiro e nuoto come in un mare, mi sento a posto non appena so di immergermi nella tua acqua e nel tuo sale.
E se chiedessero la prova dell’esistenza di un amore, io non farei che alzare il braccio ed indicare da lontano te, così in molti capirebbero che non è del tutto un’invenzione la possibilità di stare bene.

La tua poesia si scriverà da sola quando le verrà la voglia di mettere insieme tutti i suoi pezzi e di adagiarsi sulla carta, sempre libera e pensosa come l’occhio che la cerca; tu nel frattempo parla piano e ascolta tutto: ogni singolo suono potrebbe servire a dar da mangiare alle parole in te. Ogni virgola è un ponte tra universi di parole che come brevi passi avvicinano ad un senso, grumi di linee dall’aspetto sottile che nella loro calma sanno già dove andare, e tu devi solo seguire la strada che con la penna si crea, lasciare andare tutto senza aggrapparti ai bordi, prendere un respiro e gettarti nel luogo in cui nessuno tocca. Mentre t’accorgi che della tempesta sei solo attento spettatore, molla la presa e fai sì che il mare segua la corrente che desidera, leggi i tuoi versi camminando su sentieri non previsti, accordando le sillabe al suono dei discontinui passi. Ti ritroverai perdendoti in quell’intreccio di strade e di righe, di visi e di idee, in una notte in cui starai pensando ad altro.

Ho sognato di potermi liberare. Coprivo con un segno scuro tutti i tempi presenti di quei fogli in cui dicevo di star male, appuntavo lungo i margini alcuni imperfetti e davanti a quella nuova cornice di suoni cominciavo a pensare con cautela di aver davvero chiuso tutto con una desinenza sola. Il presente, causa del disordine del mio quaderno rosso, motivo degli errori che ci abitavano dentro, sotto gli abissi dell’inchiostro soffocante non poteva più riaffacciarsi in superficie, ma continuava da là sotto ad essere monito per le pagine future. L’unico luogo in cui lui si ricominciava a sentire era la mia mente, fino a quell’attimo adagiata scomoda sul passato o visibilmente impegnata a disegnare un improbabile futuro. Quel presente, come un bastoncino leggero in verticale tra palpebra e palpebra, mi faceva sbarrare gli occhi su ciò che intorno a me si stava mostrando e mi donava l’attenzione vera sulle cose, la più efficace garanzia del non sentirsi inutili. Ma la notte mi suggerisce soluzioni che il giorno poi non sa ritrovare, e l’evidenza spesso sfugge a chi come me non sa più dormire. Finché si avrà da scrivere si avrà anche da combattere: solo nelle catene c’è ancora qualcosa che ci possiamo dire.

La tua mano mi accarezza ed io torno con la mente a quell’istante in cui ho creduto che ormai tutto fosse chiaro:
le cose che pensavo grandi ed accoglienti come porti erano in realtà punti di congiunzione con il nulla e i miei sforzi per un senso fogli usati da gettare e sperare di non rivedere,
le mie certezze sogni da non ricordare appena svegli e la mia solitudine una condanna, perché nessuno, dalla mia finestra, mi pareva consapevole della sua inutilità.
Torno con la mente a quell’istante e vedo il buio di quelle notti davanti a questi miei occhi nuovi,
sento lo strazio di quegli attimi dentro a questi attimi nuovi. E non lo so.
Non so se avessi ragione allora, in quella mattinata di paura, o se invece abbia ragione adesso, pensando di aver costruito con te un senso.
Non so se dovremo seguire le mosse di un ordinato destino o fare i conti con le scosse di un caos inaffidabile,
se sarà mai davvero così chiaro quello che dobbiamo fare qui.
Ma per la prima volta non mi importa. Se sarà disordine lo sarà con te.
 

 

 

 

 

Neanche oggi percepisco un senso, mentre mi muovo con cautela dentro questo giorno sconosciuto.
Se esiste si nasconde, questo lo sa fare bene, si cela ai miei occhi e mi costringe a sentire che mi manca davvero.
Ma se non esiste niente, che cosa ci sto a fare? Mica si può rimanere solo per godersi il sole,
solo per saziarsi e poi aver di nuovo fame,
far finta di essere importanti anche se pieni di limiti.
Non si può restare solo per riempirsi gli occhi di bellezza,
illudersi che l’universo sia nella nostra stanza,
rimanere in attesa e non sapere di cosa.
E se poi ad un tratto si fa avanti la paura, sembra del tutto impossibile poter restare ancora. 

 

 

 

 

 

Vorrei un’ispirazione perenne, inamovibile e rumorosa, una musa impaziente e per certi versi folle. Vorrei bozze mal scritte, riviste e cancellate da un tratto di penna che copre l’errore, e poi fogli strappati, sviliti e accartocciati, come le parole per cui non trovo un posto. Vorrei un autunno in camera mia e mille tramonti sul comodino, cieli limpidi in cui ci si specchia e pensieri densi in cui ci si perde.
Vorrei sapere cos’è la poesia e innamorarmi ogni volta in cui apro gli occhi e alzo la testa dal cuscino, come se tutto il mondo fosse sempre nuovo, come se tutto il mondo mi fosse stato dedicato.
Vorrei indagare il mistero, che è essenza e bellezza di ogni cosa, e cercare l’angolazione giusta per filmare la vita quando scappa ed io le vado dietro col respiro affannato. Vorrei imparare a stare male e a parlare d’amore.
Vorrei poter sviscerare il mio tormento a mani nude e trovare un posto anche per lui in mezzo a queste righe stanche.

 

 

 

 

Quando il foglio sarà bianco e non ci sarà niente da scrivere, tutto rimarrà stipato dentro in attesa del miracolo.
Ogni cosa cercherà lettere che le somiglino per rendersi visibile agli altri ed uscire dalla mia testa tormentata in cui non si respira.
Entrerà nella penna un pensiero e ne uscirà un significato: la paura diverrà parola. Il caos verrà disposto in ordine sopra ai quadretti della pagina e per un po’ di tempo mi sentirò ordinata anch’io.
Anche quel che non mi lascia stare avrà finalmente un nome per potersi sistemare tra le righe in mezzo al resto e tutto sembrerà aver trovato per un attimo il proprio posto.
Ed io allora, libera da ciò che c’era prima, aspetterò di nuovo in silenzio quell’assurdo momento che conferisce forma a tutto. 

 

 

 

 

 

 

A quello che sto aspettando regalo questo cielo azzurro di cui non capisco il senso, mischiato a questo tempo che corre e non sta dalla mia parte e a questa vita mia che io non so spiegare mai.
A quello che sto aspettando regalo queste giornate stanche, di vano entusiasmo e disperazione certa, con quest’ansia che si muove sotto una finta calma, la luce che sparisce ad ogni risveglio e tutto ciò che ormai io non mi aspetto più.
A quello che sto aspettando regalo queste esistenze vuote, che non mi aiutano a capire il significato del mio andare. Tutte le parole che non ho ancora scritto, qualche bella illusione di luglio, le ore che avrei preferito affidare a qualcun altro.
Chissà che forma ha quello che sto aspettando, quello che deve prender tutto ed arrivare in fretta. Chissà come si fa chiamare da chi lo aspetta come me. Perché non c’è più tempo. Qui non c’è più la possibilità di un eterno rimandare.